(Christian Speranza) Con sabauda precisione, l’ultima recita del Rigoletto al Regio di Torino ha coinciso con la data della prima assoluta. E, se l’11 marzo del 1851 il pubblico della Fenice restava ammirato dalla più recente fatica operistica di Verdi, l’11 marzo 2025 quello del Regio ha applaudito con fervore alla nona replica, sold out come tutte le altre.

 Applausi pienamente giustificati per tutte le maestranze, e in particolare per il secondo cast, che ha saputo distinguersi sia in senso elogiativo, non figurando indegno del primo – di cui s’è già detto riferendo della prima, assieme alla regia di Leo Muscato, con scene di Federica Parolini, costumi di Silvia Aymonino e luci di Alessandro Verazzi, e alla direzione di Nicola Luisotti, al seguente link: https://www.tv2opera.it/2025/03/03/3613/, sia in senso letterale, poiché le non poche differenze lo hanno distinto facendolo risultare in qualche modo complementare al primo.

 Si parte con Devid Cecconi nei panni del rôle titre, equipollente a George Petean quanto a robustezza, scavo della parola e scurezza di timbro; graffiante all’occorrenza, con le giuste rugosità vocali da vero maudit, diviso tra i bassifondi morali della corte del Duca e quelli concreti dell’ambiente di Sparafucile, se ne apprezza l’affettuosità nei duetti con Gilda, venati comunque da un pizzico di crudezza, ma anche la disponibilità a concedersi alle puntature di tradizione: il Sol acuto al termine di Pari siamo! risolto con sicurezza e potenza, così come lo svettante La bemolle al termine di Sì, vendetta. Non sempre la recitazione appare spontanea, soprattutto quando più evidente risulta l’obbedienza al disegno registico; dove invece viene lasciata libertà di improvvisazione, il carisma scenico migliora, con movenze e trovate che lo differenziano rispetto alla prova di Petean, e che gli donano un’immedesimazione umana e convincente.

 Simile considerazione vale per la Gilda di Daniela Cappiello. Quando al secondo atto lascia le stanze del Duca ed è previsto che vada ad accasciarsi sul pouf rosso in primo piano, non vi si dirige direttamente, ma volge attorno uno sguardo atterrito, sbanda, e solo alla fine rientra nel movimento previsto. Un particolare in mezzo a tanti, ma bastevole a conferire una naturalezza impagabile nel rendere la drammaticità del contesto, di animale preso al laccio. La sua voce cristallina si distingue per morbidezza di accenti e pastosità dei centri; in Caro nome, ma già nella scena che lo introduce, Gualtier Maldè, si individuano sfumature che vertono sul lato sognante del personaggio; lievi disomogeneità nei gorgheggi e alcuni acuti un po’ incerti, ma raggiunti e tenuti con perizia, non inficiano una prova di sicuro valore artistico, massime in Tutte le feste, risolta con singolare intensità.

 Recitazione partecipe, coinvolta e coinvolgente anche quella di Oreste Cosimo, un Duca dotato di un timbro scuro, caldo, avvolgente, al quale sacrifica parzialmente il lucido squillo di Piero Pretti (primo cast) in favore di un canto che ricorre a una gamma cromatica più varia e completa – apprezzatissime le mezze voci di Parmi veder le lagrime – non esente da momenti di più spiccata spavalderia che non guasta, come al termine di Possente amor mi chiama o nella fin troppo celebre La donna è mobile.

Bene anche per lo Sparafucile di Luca Tittoto, naturale sulla scena, insinuante nelle inflessioni, sebbene anche in questo caso, come per Goderdzi Janelidze del primo cast, più per scelta direttoriale che dell’interprete, non emerga al meglio l’aria di mistero e complotto nel primo duetto con Rigoletto: quel calibrato gioco di sottovoce che dovrebbe ricalcare vocalmente l’oscurità nella quale esso si svolge si vanifica alla luce di un dialogo fin troppo “esibito”. Migliora nel terzo atto, nel duetto con Maddalena, dove mette al servizio del suo personaggio solida espressività, pregnanza sillabica, timbro non particolarmente scuro ma voce di buon volume e impiegata con intelligente duttilità. Convincente anche la Maddalena di Veta Pilipenko, dallo strumento caldo e generoso di armonici.

Il comprimariato, costituito da Siphokazi Molteno (Giovanna), Emanuele Cordaro (Monterone), Janusz Nosek (Marullo), Daniel Umbelino (Borsa), Tyler Zimmerman (Conte di Ceprano), Albina Tonkikh (Contessa di Ceprano), Chiara Maria Fiorani (Paggio), nel complesso molto valido e commentato nel link di cui sopra, è condiviso tra le due compagnie, ad eccezione dell’Usciere, qui interpretato da Alessandro Agostinacchio. Un plauso anche al Coro del Regio, qui limitato alla sola sezione maschile, che, validamente istruito da Ulisse Trabacchin, arricchisce la recita con la sua indiscussa qualità, e all’Orchestra stabile del Teatro che grazie alla bacchetta di Luisotti ha modo di emergere in dettagli strumentali sovente negletti.